Di Anacreonte e Manuela
Dedicata a Claudia; dedicata a “the Cat”.
Quando Claudia salì sul treno, alla stazione di Venezia, la luce
del giorno - un giorno di fine estate, già troppo fresco per non
far pensare all'autunno imminente - stava declinando in un tramonto tranquillo.
Era la tranquillità che Venezia riusciva ad avere in certe giornate,
piuttosto rare, in cui sembrava dimenticarsi all'improvviso il suo carattere
di luna park per turisti e si ricordava, come in un sogno, di altre epoche,
di altri giorni, di quando il ponte sulla laguna, percorso da auto e treni,
non esisteva ancora, e allora imbarcarsi dalla terraferma voleva effettivamente
dire entrare in un'altra dimensione, andare a scoprire un altro mondo;
quando la città era porta dell'Oriente, centro di importanti commerci
che portavano ricchezza e cultura; ambita da artisti e musicisti,
che venivano qui sapendo che avrebbero trovato un mondo molto diverso dalle
anguste corti del loro tempo, dove le loro capacità sarebbero state
apprezzate e valorizzate; quando nobili di tutta Europa, soprattutto
all'epoca del carnevale, giungevano su carrozze e gondole dorate per peccare
con una levità ed una naturalezza che faceva sembrar loro cosi lontani
i giochi di corte e gli amori di convenienza a cui erano abituati. Era
la città di Casanova e di Da Ponte, di Tiziano e del Tintoretto,
di Monteverdi e di Vivaldi che ogni tanto, nei rari momenti in cui quasi
per magia le masse di milanesi, tedeschi, americani si diradavano, sembrava
affiorare dalle acque placide della laguna, come un sogno destinato nonostante
tutto a non perdersi.
Era per sognare questa Venezia che Claudia, quando attraversava il
lungo ponte sulla laguna, cercava sempre di sedere non dal lato sinistro
del treno, da cui avrebbe dovuto vedere le auto, trauma improvviso per
chi, per giorni o solo per poche ore, aveva potuto godere di un'altra dimensione;
e, più in là, le crudeli raffinerie di Marghera.
Lei preferiva il lato destro; così poteva avere la distesa ininterrotta
delle acque lagunari, gli occhi e la bocca di quel paesaggio che erano
occhi e bocca di una ragazza, come lei, ma più giovane, per la quale
il tempo non passava mai, nè sarebbe mai passato; e sapeva che laggiù,
oltre le rade macchie di verde c'erano altre lagune, altre paludi e piccole
comunità di pescatori che ancora facevano una vita non dissimile
da quella che, mille anni fa, dovettero fare gli uomini che, ancor prima
di scoprirsi mercanti, avevano popolato quel pugno di isolette, e di acque.
Claudia guardava, e i suoi occhi erano belli. Sapeva che lo erano,
che dovevano esserlo; era sempre così, quando in essi si rispecchiava
quella luce segreta, quando - troppo raramente - ritornava nella sua città
natale per rivedere i genitori, nella loro piccola casa della Giudecca
che non avrebbero lasciato per niente al mondo, e da cui lei era
partita, prima per studiare, poi per lavorare.
Avrebbe potuto forse, Claudia, fare entrambe le cose lì, non
lontano dalle Zattere, che la luce dell'estate rende forti, e il canale
della Giudecca un'immensa piazza in cui si vorrebbe camminare tenendosi
per mano; ma qualcosa l'aveva spinta lontano, e non sapeva neanche perché.
Era voluta andare a Milano, la grande Milano che pure non amava,
che per molto tempo le si era negata, prima di darle la lieve gratificazione
di un lavoro di relativo prestigio e di incerto futuro - praticante giornalista
- che, sperava, avrebbe potuto significare per lei una serenità
e una realizzazione mai provate in precedenza.
Pensavo alle tue parole, a te di fronte a lei sul treno, a leggere sulle
sue espressioni e i suoi movimenti impercettibili quei suoi strani e contrastanti
moti d’animo…. E ricordavo la Claudia di poche ore prima, seduta accanto
a me ai tavoli dell’Harris dolci di fronte a un gelato così grande
che sembrava di scalare una montagna di panna e praline e amarene…. La
ricordo per come attaccava con divertita curiosità i biscotti, le
sue dita giocare con quegli ombrellini di legno e carta immutabili negli
anni eppure sempre affascinanti come lo stesso incredibile e sorprendente
giocattolo che ti ipnotizzava da bambina… La guardavo impegnarsi inesorabile
con piccoli movimenti e mi ascoltava con gli occhi che dal gelato la proiettavano
chissà dove, sotto l’ala di quello strano castello neogotico che
è il Mulino Stucky, luogo incantato che dall’altra parte della riva
del canale della Giudecca chissà di quanti sguardi e immaginari
è stato artefice, sfondo e protagonista….
Guardavo quei movimenti essenziali, quei tratti gentili ed eleganti
ma anche nervosi e sfuggenti, quell’esserci e non esserci, quel non sapere
mai se sta arrivando o partendo, se tornerà o se ha voglia di restare,
quel suo essere sempre come di una che varca con un sorriso un posto di
una nuova frontiera, quel suo non voler dare aspettative e voler essere
attesa in maniera struggente….. E guarda tu, parlavamo di Venezia, o di
quel che ne resta. Venezia per me, più giovane di lei, non indigena
come lei, col mio fascino precostituito da artista sulla città mobile
e magica…. All’inizio arrivi a Venezia… Puoi uscire in pigiama, non se
ne accorge nessuno, sei libera… Impari a percorrere il termitaio che ti
rivela i suoi percorsi emozionali e segreti quando la notte esci dalla
tua casa ed è come entrare in un’altra stanza, non un andare fuori.
E poi un’altra, e un’altra, e un’altra.
Qualcosa di nuovo e sorprendente eppure qualcosa di familiare e antico,
da sempre in te, quasi ti sentissi vibrare per le vite di quelli che ti
hanno preceduto in quelle stesse stanze… Venezia “summa” delle città
invisibili, Venezia la grande che si gloria del suo passato dimenticando
di essere nata come rifugio di ladri e tagliagole sfuggiti alla giustizia,
fatta grande con le colonna sottratte dai massacri di guerre che ornano
la magnificente Basilica Marciana, trasportate a remi lungo i mari a costo
di sangue e vite incatenate. Venezia che non ci puoi più dormire
nei sacchi a pelo per strada perché disturbano; Venezia che non
ci puoi più ballare né suonare nei campi durante il Carnevale
perché disturbano; Venezia che tutti esaltano come meta per andare
a bere un caffè da città di provincia padana e poi ci arrivi
e non c’è un treno da mezzanotte alle sei di mattina, non ci sono
parcheggi, non c’è locale notturno aperto. Venezia che vive di turisti
e studenti che fanno ricchi i Veneziani che però li trattano peggio
che possono dopo averne sottratto i soldi, orgogliose cariatidi tirchie
e senza capacità di iniziative reali e nuove. Venezia museo di se
stessa che dopo avere avuto sulla sua pelle i segni stratigrafati per ognuna
delle epoche passate non permette il minimo segno del nostro tempo sulle
sue nuove case. E i vecchi finiscono imbalsamati in case a quattro
piani di scale e bloccati dalle scale dei ponti e da negozi sempre più
cari e inaccessibili…… Ma anche di quella Venezia che ogni tanto esce di
nascosto a farsi un giro e la incontri e la rubi, la mordi quando puoi.
Nelle more sugli alberi dei relitti industriali reintegrati nel possesso
della vegetazione lungo quelli che furono gli orti della giudecca a primavera;
in una partita a calcio contro le squadre di spazzini in piazza San Marco;
nell’andare a giocare con le stelle e raggiungerle con volute di fumo inebriante
in punta alla Dogana del Sal assieme ad amici; nel girare col barchino
lungo le rive incerte di Sant’Erasmo. Nel rubare l’amore nelle calli nascoste
a un passo dalla gente…. Ridevamo, sai? Di esperienze diverse e lontane
tra loro nel tempo, le nostre, di giochi di bambine appassionate lungo
quei budelli e quei campi dove puoi girare vestita o svestita, nascosta
o meno… Di come alcuni che mai vi erano stati lo potevano pensare come
un gioco esibizionistico ed orrido…. ma nessuno di loro si sarebbe stupido
del fare all’amore nel corridoio di casa o sul tappeto della sala, e non
sapevano, che a Venezia per chi riesce a essere nella sua anima, è
la stessa cosa….. Non sa che a Venezia impari a prendere la pioggia perché
le calli sono troppo strette per due ombrelli e che finiresti per bagnarti
di più e innervosirti nello scontro… Non sa che fare sesso a Venezia
è camminare, sempre, incrociare sguardi, sfiorare, sentire profumi,
sedersi inavvertitamente in minigonna sulle rive quando passano i vaporetti,
essere su un ponte con gente che passa sotto, salire su una gondola che
per poche lire ti porta da parte a parte del Canal Grande risparmiandoti
mezz’ore di strada, incontrare sconosciuti in caffè affollati e
magari finire contro un muro a rubare un amore rabbioso e senza nome; andare
al mercato a comprare la verdura e sentire un complimento, pescare un sorriso.
Dipingere i volti a centinaia di persone i giorni di carnevale fino a che
ognuno è tutti e nessuno, e parlare, conoscere, litigare, ridere….
e come quelle impertinenti divinità greche, come il sublime e macchiavellico
Momo, essere poi liberi di architettare e vivere con l’aiuto di una maschera
come se finalmente per la prima volta nella tua vita non ne avessi alcuna….
Venezia è la città dove se anche non lo avevi mai fatto
giri in autoreggenti a volte, e ti siedi al bar per sedurre coi movimenti.
Dove una donna si sente nel suo campo di battaglia per giocare a nascondino….
Dove puoi perderti e ritrovarti…. Dove la mia arte trovava tutti gli stimoli
e le suggestioni che passano davanti agli occhi a velocità impressionante
e devi solo afferrare di istinto, e lasciare che ti portino via di lì,
via da Venezia, per trovarti magari che so, a New York o Città del
Messico…
Perché di questo parlavamo con Claudia, della trappola Venezia….
Di quel nido , quella realtà unica e così speciale da
cui fai fatica a fare a meno ma cui a un certo punto devi fuggire.
Per vedere la primavera, per vedere la vita che rinasce. Per ritrovarla
nei racconti e nella nostalgia di Marco Polo.
Per amarla davvero.
Prima di accorgerti di quanto Venezia sia piccola, e quanto la sua
gente provinciale e la sua oligarchia nobiliare gretta e sopravvivente
a se stessa, prima di parcheggiarti in improbabili lavori di conservazione
sordi alle innovazioni e agli stimoli del resto del mondo, troppo orgoglioso
di essere li a Venezia….
Tutte e due stavamo partendo, la stavamo lasciando.
Sapendo che solo così non l’avremmo persa mai. Lasciandola.
Ma mantenendo viva la struggente frenesia del desiderio della voglia
di ritorno e della malinconia del partire ritrovando ogni volta qualcosa
di profondamente tuo ma già così cambiato…. E allora ho pensato
che la sua uscita in treno da Venezia sarebbe stata alla grande, al suo
solito…..perché so che si sarebbe spostata sull’altro lato del treno,
contraddicendosi e guardando verso sera le luci di Marghera, quando sull’arcobaleno
del tramonto avrebbe ricordato una piccola Manhattan dall’aereoporto JFK
a avrebbe capito che era la che Venezia le avrebbe dato appuntamento, che
vedendo le sagome dei grattacieli si sarebbe fatta trovare anche in quel
modo inaspettato, che sarebbe restata sempre in lei….In fondo anche Claudia
aveva il suo “grandegioco”, sempre in bilico tra desiderio e incertezza,
tra gioia e paura. Tra voler essere indelebile e voler essere invisibile,
sparire in un sorriso novella Gatta da Paese delle Meraviglie….. Io la
vedevo come una gatta. La accarezzavo, diversamente da te, ma come una
gatta. Che prendevo quando c’era, così seducente, flessibile e indipendente,
affettuosa, graffiante, presente e attenta.
La chiamavo “the cat”, il gatto. E il gatto mi aveva una volta lasciato
questo pensiero…..
A volte mi faceva leggere le sue cose, gli autori che amava….ci parlavamo
anche così, con messaggi di angoli di fogli strappati….
« Hai otto anni. E' Domenica sera. Ti è stata concessa
un’ora in più prima di andare a letto. La famiglia sta giocando
a Monopoli. Ti hanno detto che sei abbastanza grande per unirti a loro.
Perdi, continui a perdere. Lo stomaco ti si stringe per l'angoscia. Quasi
tutto quello che possedevi se ne è andato. Il denaro che avevi davanti
a te è quasi finito. I tuoi fratelli si impadroniscono di tutte
le case delle tue strade. L'ultima strada viene venduta. Devi cedere, hai
perso. E all'improvviso ti rendi conto che è solo un gioco. Fai
un salto di gioia e rovesci a terra la grossa lampada. La lampada cade
a terra, travolgendo la teiera. Gli altri si arrabbiano con te, ma tu ridi
salendo le scale. Sai di non essere nulla e di non avere niente.
E sai che non essere e non avere dà un'incommensurabile libertà.
»
Janwillem Van De Wetering
Questa è la Claudia che ricordo, questo è il suo profumo in me; il suo essere inaspettata, nel partire come nel fermarsi a giocare con me, anche solo con un bigliettino con scritto:
“Ti ho vista dalla finestra di casa stamattina. Li al bar con gli amici che erano miei. Eri bellissima, ti sei fatta più femmina, ti guardavo ridere e sedurre anche se non volevi; sarei scesa giù per abbracciarti, ma l’atmosfera era troppo perfetta per darti un bacio sulla bocca di quelli speciali per voler fermare l’attimo. Eri da farci all’amore stamattina…Ma sarebbe stato come mordere una fragola, e poi forse ne avrei voluto ancora, e magari sono allergica e poi , lo sai, adesso mi piacciono troppo i lamponi…Facciamo così Manù, Claudia che fu nel tempo di adesso…Facciamo un gioco. Vai in un negozio di giocattoli e compera un sacchetto di biglie, ma che ce ne siano almeno una ventina. Torna a casa. Prendi nelle tue mani tutte le biglie, porta le mani in alto e lasciale cadere al suolo (le biglie, non le mani). Afferrale tutte prima che facciano tre rimbalzi… Il gatto”.
Claudia è in me, presente come sa lei, in punta di piedi…. Ho
fatto il suo gioco: risultato, tre punti in testa, una biglia inghiottita
e due menischi andati… Però quanto mi sto divertendo!!!!!!!!!