Poteva essere la sera indicata per una delle nostre uscite a cinque
stelle; c'erano tutte le premesse giuste. Era andata dalla parrucchiera
e dall'estetista, come tutte le donne che vogliono apparire al meglio,
aveva convinto il piccolo a dormire sotto dai nonni, e soprattutto l'aspettavano
due giorni di riposo completo, senza turni e reperibilità. E' fondamentale,
per una signora trentacinquenne che si vuole tenere in forma avere il tempo
per il giusto recupero.
Sentii la sua voce che mi chiamava, io ero sotto, nell'ingresso, che
la aspettavo; lei ancora sopra al primo piano che terminava di prepararsi.
"Fammi una cortesia" disse sporgendosi dal muretto delle scale "portami
su il cappotto, dieci minuti e scendo,fai in tempo a dar da mangiare al
cane; poi vieni con la macchina fin sotto al portico che non voglio rovinarmi
le scarpe con l'acciottolato". Avevo visto solo il suo "pezzo" sopra ma
rimasi deluso: aveva indossato una maglia dolce vita di cashmire.
Mentre porto su il cappotto penso che probabilmente non è la
sera giusta; torneremo a casa presto, ci fermiamo sotto dai suoi a prendere
il bambino per poi andare tutti sopra a dormire. Abitiamo in una vecchia
cascina ristrutturata, i miei suoceri al piano terreno noi al primo; passai,
come di consuetudine, a salutarli ma trovai solo mia suocera: il piccolo
e il nonno avevano già cenato ed erano nel capannone dei mezzi agricoli
a vedere il trattore nuovo.
Apro una parentesi esplicativa aggiungendo che ho 43 anni e mia moglie
36, alta 1,68 con le rotondità al posto giusto, la tipica signora
piacente senza essere una diva del cinema. Libero il cane prendo la macchina
e l'aspetto con il motore acceso davanti al portone d'ingresso; l'attesa
è breve, pochi minuti e si parte. Durante il viaggio non sono di
molte parole, a differenza sua che e molto allegra e loquace, la cosa non
le passò inosservata e mentre arriviamo a destinazione mi chiede
cosa avessi. "Se ti dicessi che non c'è nulla sarei bugiardo, sono
sincero, ero convinto che ti saresti vestita in maniera provocante ma quando
ti ho vista sulle scale........." Non rispose ma disse soltanto "Fermati
vicino all'ingresso che con queste scarpe che tu non hai nemmeno notato
non riesco a fare la stradina che scende al ristorante, parcheggia che
ti aspetto per entrare insieme." I fari dell'auto illuminarono la sua figura
e notai le scarpe, nere e dorate con un tacco altissimo, non meno di 12
cm, con alcune catenelle sempre dello stesso colore che pendevano. Erano
decisamente arrapanti e non potevano passare inosservate. Carlo il proprietario
era un amico di vecchissima data, ci conoscevamo da una ventina d'anni
da quando, studenti, frequentavamo il Bar di suo padre; aveva girato il
mondo per diversi anni come cuoco per poi mettersi in proprio e da allora
non facevamo passare più di due o tre settimane senza cenare da
lui. Il locale era il classico a conduzione familiare, pochi coperti, una
trentina in tutto, atmosfera ovattata frequentato soprattutto da coppie
o da stranieri al la ricerca del locale e dei piatti tipici del lago. Ci
aveva riservato il tavolo vicino al caminetto e chiese, prima che ci sedessimo,
i soprabiti; gli consegnai il mio mentre Sandra lo tenne indosso dicendo
che aveva freddo e voleva aspettare qualche minuto. Si sedette con addosso
il cappotto e mi venne spontaneo chiederle se stesse poco bene, visto che
anche durante tutto il viaggio non se ne era mai privata. "Ho paura di
aver esagerato con l'abbigliamento è per quello che non mi spoglio
non perché sto poco bene e nemmeno perché ho freddo". Si
guardò intorno alla ricerca di qualcuno che potesse vederla e appurato
che non c'erano sguardi rivolti nella sua direzione, anche perché
nel locale oltre a noi vi era solo un altro tavolo occupato da tre giapponesi
due dei quali ci davano le spalle ,si alzò dalla sedia e tolse il
cappotto. Il tovagliame e la mia persona la coprivano dallo sguardo dell'orientale.
Avevo capito tutto: la maglia era sì accollata, ma anche molto leggera
ed aderente; segnava e metteva in risalto tutto il suo seno, trattenuto,
più che sostenuto, da un reggiseno con delle coppe che lasciavano
i capezzoli scoperti e liberi di mostrare la loro presenza attraverso il
tessuto; ma il bello era ancora da venire. Aveva indossato una gonna a
portafoglio lunga, meglio dire corta, non più di 30 cm; niente di
particolare se non fosse per il fatto che essendo piuttosto rotonda di
fianchi il 'portafoglio', davanti, rimaneva leggermente aperto. L'aveva
poi abbinata ad un paio di calze con reggicalze a cui faceva fare bella
mostra essendo troppo ridotta per coprirli. Rimasi senza parole ma estremamente
soddisfatto: mai era uscita a cena con un abbigliamento così eccitante.
Una volta seduta la situazione era sotto controllo, ma da alzata.....
La cena proseguì nel modo migliore; alcuni bicchieri di buon
vino avevano contribuito a far crescere il nostri desideri e a togliere
qualche freno inibitore. Eravamo uno di fronte all'altro e giocavamo a
stuzzicarci; lei si faceva coprire dalla mia persona e si divertiva a mangiare
con la maglia sollevata e il seno scoperto, oppure apriva la gonna e mi
faceva vedere il tutto abbassandomi sotto il tavolo. Quando sentivamo arrivare
Carlo dalla cucina rientravamo nei ranghi. Quest'ultimo ci portò
il dolce ed era nostra abitudine che lui e la moglie si sedessero al nostro
tavolo per scambiare quattro chiacchiere ma quella sera ciò non
avvenne. "Mi dispiace ragazzi ma questa sera non siamo dei vostri, domani
è San Valentino e non avendo trovato aiuto per la cucina io e Mimi
-la moglie- faremo le ore piccole per preparare le basi della cena. Fate
una cosa, con calma, quando avete finito di cenare e di chiacchierare passate
voi a salutarci; vi chiedo un favore, il tavolo con i tre giapponesi ha
già pagato; se volessero qualcosa dal bar fate voi da padroni di
casa tanto è già compreso nel prezzo: pensate una bottiglia
di champagne e due di barolo in tre, li vedo leggermente allegri ma anche
molto soddisfatti del locale". Detto questo sparì in cucina… "Soddisfatti
del locale ma anche delle mie tette" aggiunse Sandra. "Cosa dici" replicai.
"Dico che probabilmente, anzi sicuramente, si sono accorti che facevamo
gli scemi e che ti mostravo le tette, non girarti, ma i due che prima mi
davano le spalle hanno girato le sedie di 90 gradi e hanno sempre gli occhi
rivolti al nostro tavolo, uno guardandomi negli occhi ha alzato il bicchiere
per brindare alla mia salute e ho notato che faceva agli altri il gesto
di alzare e di abbassare la maglia". "Insomma, o ti fa piacere o ti da
fastidio mostrarti a degli sconosciuti, non c'è via di mezzo, sei
tu che devi decidere se farlo e fin dove arrivare oppure andiamo in cucina
a chiacchierare". Le avevo tirato un colpo basso, sapevo benissimo che
l'esibirsi era una cosa che le piaceva, più di una volta l'aveva
fatto, ma mai in presenza di altre persone e da tempo aspettavamo una occasione
simile, voleva solo il mio nulla-osta per proseguire. Fece cenno di avvicinarmi
al tavolo per coprirla: sollevò la maglia, tolse il reggiseno e
accarezzandosi le tette disse: "questa è la mia risposta, aspetto
la tua!" Giocherellavo con una posata e la guardavo: mentre si massaggiava
le tette nude, cominciava ad eccitarsi. Incalzò nuovamente: "deciditi”
disse senza interrompere i palpeggiamenti” conto fino a dieci poi mi ricompongo
e vado in cucina. Uno..due..." arrivata che fu all'otto prese in mano il
reggiseno; in quel momento feci cadere a terra la posata che avevo in mano
e mi abbassai repentinamente a raccoglierla privandola della copertura
ed esponendola agli sguardi dei tre. "Questa la mia" risposi.
Mi assalì, dicendo che se non avesse intuito la mia intenzione
sarebbe rimasta con il seno in bella vista per i tre dell'altro tavolo;
e comunque se volevo giocare pesante lei non si sarebbe tirata indietro.
Rincarai la dose: "Mi dispiace che tu abbia previsto la mia mossa e che
sia riuscita a coprirti per tempo, hai comunque indovinato le mie intenzioni".
"Vorresti esibirmi a quei tre bavosi che non mi hanno tolto per un attimo
gli occhi di dosso ? E dimmi, cosa dovrei fare?" Eravamo come due giocatori
di tennis quando palleggiano da fondo campo entrambi in attesa di una mossa
falsa dell'altro per segnare il punto. Per noi non era importante vincere
ma giocare, ormai avevamo preso gusto e dovevamo finire la partita. La
palla era mia. "Cosa ne dici di attizzarli un po’ mostrando loro come ti
sei vestita ? Io con la scusa di preparare i caffé, mi allontano
per evitare che la mia presenza possa essere motivo di imbarazzo." "Va
bene, ma prima voglio chiarire alcuni particolari: se tu vuoi che faccia
la 'puttana' è mia intenzione farla fino in fondo ,sai come la penso,
le cose o le faccio bene o lascio perdere; quindi sono io che decido il
da farsi e i li miti da porre al mio comportamento. Se la cosa ti aggrada
alzati, ma prima di uscire di scena metti sul tavolo un po’ di banconote
in modo che i tre vedano quello che stai facendo; dovresti sapere che le
puttane si pagano prima, poi vai pure ti dirò io quando portare
i caffé. Aveva segnato un punto a suo favore. In piedi al suo fianco
tolsi dalla tasca parte dell'incasso della giornata e ad uno ad uno, contandoli
con estrema lentezza, misi vicino al suo piatto tutti i diecimila che avevo,
circa una ventina. "Bene, vai pure ora tocca a me" questa fu la sua risposta.
La sala aveva una forma a L ,il nostro tavolo era nel punto di congiunzione
dei due bracci, quello dei tre al fondo del braccio lungo mentre il banco
bar alla nostra destra, alla fine del braccio corto. Io dal banco bar potevo
vedere i movimenti di Sandra ma non potevo vedere ne essere visto dagli
altri. Mi sedetti su di uno sgabello e appoggiato al banco aspettavo la
prima mossa sentivo il cuore battere all'impazzata, un misto di eccitazione
di curiosità e di timore per quello che stava per accadere si erano
impossessati di me. Lei era li seduta a pochi metri, ma mi sembrava lontana,
irreale, l'interprete di un film e io lo spettatore. Spostò indietro
la sedia e si alzò rimanendo in piedi alla estremità del
tavolo ,in maniera da essere solo in parte coperta da questo. Io la vedevo
di profilo: era uno spettacolo; scarpe col tacco a spillo, gambe velate
da un paio di calze grigio scuro che oltre a mostrare l'attaccatura del
reggicalze lasciavano scoperti alcuni centimetri di coscia nuda che la
gonna non riusciva a coprire. Si girò per prendere la borsa che
aveva appoggiato sulla sedia affianco alla sua ma per farlo dovette chinarsi
in avanti... il suo sedere rotondo era lì tutto da vedere coperto
solo da un minuscolo perizoma. Mi sembrava di scoppiare, avrei voluto essere
una mosca per vedere la faccia dei tre. Prese la borsa e la appoggiò
sul tavolo, scosse la maglia come per eliminare le briciole ma non soddisfatta
completò l'opera massaggiandosi i seni che ondeggiavano al tocco
delle sue mani in maniera vergognosamente eccitante. Decise di rinunciare
ad ogni tipo di protezione e si mise sempre in piedi a capotavola dando
a me la schiena e agli altri spettatori il fianco. Si tirò su prima
l'una e poi l'altra calza avendo l'accortezza di sganciare e poi riagganciare
con il reggicalze, sistemò la gonna, prese i soldi che erano sul
tavolo, li contò e li mise in borsa; si chinò nuovamente
per prende re il reggiseno che prima aveva tolto e appoggiato sulla solita
sedia; se prima ero io a bearmi della bontà del suo deretano e i
tre immaginavano, ora la situazione era ribaltata: loro vedevano e io potevo
immaginare. Il pensare allo spettacolo che si stavano godendo mi procurava
una eccitazione pari se non superiore a quella precedente. Morivo dalla
voglia di vederli in faccia.
Il reggiseno venne riposto anch'esso nella borsa sempre in maniera
da far capire loro ciò che faceva. Fatto questo venne verso di me,
quando fu fuori dalla loro portata visiva disse, a bassa voce: "Cosa ne
dici, posso cambiare mestiere?" "Mi sembra che stai esagerando, anche se
è innegabile che la cosa mi sta eccitando da matti". "Se è
per questo preparati che siamo solo all'inizio, la cosa comincia a prendermi
e voglio andare avanti, i patti sono patti. Adesso vado a sedermi porta
pure i caffé". Preparai i caffé e li portai al tavolo. Cominciavo
a temere che la situazione potesse sfuggire di mano e proposi di tornare
a casa. La risposta fu immediata: "quando hai finito di bere ti alzi e
riprendi la posizione di guardone, tu è come se fossi uscito, anzi
per rendere la cosa più veritiera esci dalla porta di servizio e
sposta la macchina dal parcheggio alla strada cosi da far crede re che
ti sia assentato, rientri silenziosamente dal retro e ti godi lo spettacolo".
Eseguii quanto richiesto. Al mio ritorno Sandra stava parlando, in inglese,
con loro; tutto il mondo è paese, le parole erano dei complimenti
alla sua persona e al suo modo di vestire, e si stupivano del fatto che
l'avessi lasciata sola; lei rispose che eravamo molto amici del proprietario
e che mi ero assentato con lui per visionare un locale in vendita essendo
io agente immobiliare. "Scusate un attimo, disse alzandosi, il camino si
sta spegnendo, un attimo che provvedo a mettere qualche pezzo di legna."
Era tremendamente arrapante; vicino al caminetto c'era una piccola scorta
di legname, si abbassò mostrando spudoratamente quello che la gonna
non riusciva a coprire, indugiò volutamente in quella posizione
per poi mettersi davanti al fuoco con le gambe leggermente divaricate e
le braccia protese in avanti come per scaldarsi le mani. Rimase così
per un paio di minuti, per poi girarsi e scaldare la schiena; le gambe
divaricate lasciavano i lembi della gonna aperti e lo spettacolo era meritevole,
come se tutto questo non bastasse portò le braccia all'indietro,
la maglia ora era adesa al tronco come una seconda pelle, si modellava
sul seno mettendone in risalto le sue forme leggermente abbondanti. Riprese
il dialogo, i tre con la scusa di poter parlare più tranquillamente,
la invitarono al loro tavolo; lei accettò chiedendo loro se volessero
prendere un altro caffé insieme a lei.... acconsentirono. Si portò
alla macchina del caffé e non sapendo da che parte iniziare mi fece
cenno di provvedere alla loro richiesta. Preparai le quattro tazzine di
caffé e le misi su di un vassoio che era sul banco bar, mentre lo
prendeva tra le mani per portarlo al tavolo mi balenò in mente un'idea:
le feci appoggiare nuovamente il vassoio e mi avvicinai a lei. "E' meglio
che io ti sistemi i vestiti prima di portar loro i caffé". "Hai
ragione forse sto esagerando un pochino". "Direi di no, sei stata magnifica".
Così dicendo presi tra le mani il bordo superiore della gonna e
lo portai più che potevo verso l'alto scoprendo maggiormente le
gambe; la frenesia di esibirla mi aveva contagiato, le sollevai la maglia
e presi a stuzzicare i capezzoli stringendoli tra le dita; quando li sentii
duri ed eretti la riabbassai. Non ero ancora pago, le sussurrai all'orecchio
alcune parole lei mi guardò e rispose: "Lo faccio ma mi tolgo anche
i limiti che avevo deciso di non oltrepassare". Si sfilò le mutandine
e le appoggiò sul banco, prese il vassoio e si diresse al tavolo
dei tre. Era magnifica, tra il bordo della gonna e le calze c'erano almeno
dieci centimetri di coscia nuda; i capezzoli eretti, e il pelo che si intravedeva
mentre camminava, completavano il quadro. Non avevo mai provato una tale
eccitazione, l'adrenalina scorreva nelle mie vene in quantità industriale,
il cuore batteva all'impazzata e la tensione emotiva mi rendeva difficile
anche il deglutire. Seguirono i minuti più lunghi della serata,
l'ansia e i ripensamenti mi divoravano ; era necessario farle portare i
caffé conciata a quel modo? Prima le avrei tolto tutto di dosso
ora mi pentivo di quello che avevo fatto. Avevo le orecchie tese, cercavo
di capire quello che si dicevano, di carpire qualche parola ma non mi era
possibile, la musica di sottofondo, la distanza e il parlare piano me lo
impedivano. L'unica cosa che percepivo era qualche risatina. Cosa facevano?
Mi sembrava di impazzire, l'attesa era estenuante ed eccitante al tempo
stesso. Fece ritorno dopo un quarto d'ora facendomi cenno di seguirla nel
bagno delle signore, non capivo il perché ma le andai dietro. Chiuse
la porta alle sue spalle e disse: "Dovevano recarsi in bagno e ti avrebbero
visto così li ho preceduti". "Non mi interessa nulla delle loro
esigenze fisiologiche dimmi piuttosto di te". "Niente di particolare, abbiamo
fatto quattro chiacchiere hanno valutato e apprezzato la 'merce' da te
magistralmente messa in risalto e mi aspettano per bere insieme un limoncello.
Mi hanno osservato per tutta la sera e hanno potuto seguire le mie esibizioni
al tavolo riflesse nello specchio che c'e sulla parete." Parlava e contemporaneamente
si rifaceva il trucco, ma non come era solita fare bensì in modo
estremamente marcato e volgare. Infilai una mano sotto la gonna ...così
ricca di umori ben poche volte mi era capitato di sentirla. "Non fare così
sono già troppo eccitata , non pensavo che l'esibirmi davanti a
degli estranei mi potesse dare tali sensazioni. Ti do una anticipazione:
ho detto loro che i soldi che mi hai dato erano per lo spettacolo durante
il pasto e ho ricevuto una proposta ......un pò indecente ma consistente".
"E tu?"....... " Cosa vuoi che dica a uno che mi fa portare i caffé
mostrando ad ogni passo la passerina; quando mi hanno visto arrivare sono
rimasti allibiti dal mio abbigliamento. Fammi una cortesia portami il grembiulino
che usa Mimi quando serve ai tavoli, quello rosso, è appeso dietro
al banco". Volevamo, non volevamo è troppo, non esageriamo.....tutte
storie! La situazione che si era creata piaceva a entrambi solo che dovevamo
dare delle giustificazioni a quello che facevamo come se dovessimo scaricare
la colpa o le responsabilità uno con l'altro. Il grembiulino più
che tale era una parinnanza, per spiegarmi meglio sul tipo di quelli che
si vedono indossati dalle servette nei films a luce rossa. Glielo portai
e come ringraziamento mi disse di tornare alla mia postazione e di preparare
il vassoio con la bottiglia di liquore. Uscì dal bagno dopo pochi
attimi; al posto della gonna e della maglia indossava il grembiule da cameriera.
Per lasciare un po’ di spazio all’immaginazione aveva avuto il buon gusto
di rimettere il perizoma e il reggiseno; quest'ultimo lasciava i capezzoli
scoperti con la pettorina che fungeva da tendina di copertura , il perizoma
era privo di ogni protezione e mostrava il triangolo di peli nella sua
totalità, il sedere aveva come unica copertura il filo interdentale
del perizoma. Spense alcune luci della sala, prese il vassoio e via...
appena uscì dal mio raggio di azione e entrò nel loro si
sentì un accenno di battimano seguito da un «ooohh»
di approvazione. Nella mente avevo un turbinio di pensieri; cosa staranno
facendo e se la costringono con la forza.....me la immaginavo con le loro
mani che la frugavano dappertutto...con un coltello puntato alla gola mentre
veniva posseduta da ciascuno di loro....trascorsi in compagnia di questi
pensieri una tempo che sembrava interminabile, quando sentii la sua voce
che li salutava tirai un sospiro. Udii lo sbattere della porta di ingresso
e capii che se ne erano andati, che tutto era finito; avevo timore ad andare
da lei, ero bloccato, chissà come l'avrei trovata. "Vieni Michele,
se ne sono andati" era lei che mi chiamava. La trovai più che seduta,
quasi sdraiata su di una sedia, una gamba era appoggiata al pavimento e
l'altra sul tavolo. Ero di fronte a lei e stavo passando in rassegna il
suo corpo per capire cosa era successo con i tre. Il seno era nudo e con
evidenti segni di palpeggiamenti, la sua pelle sensibile e arrossata ne
era la dimostrazione lampante, al pari di quel segno rosso vicino al capezzolo,
null'altro poteva essere se non un succhiotto. Era senza scarpe, con le
calze smagliate in più punti; le mutandine, pur lasciando scoperta
la figa, che da come si presentava non sembrava essere stata molto risparmiata,
erano, seppure completamente scostate e ridotte a un filo di stoffa ancora
al loro posto. "Siediti che ti racconto cosa è successo; ti dico
subito che non mi sono fatta scopare anche se ho avuto qualche attimo di
cedimento, non pensavo mi piacesse a tal punto. Il fatto che tu eri li
a pochi metri mi eccitava all'inverosimile. Si sono limitati a spogliarmi
ad accarezzarmi e a toccarmi , sì c'è stato anche qualche
bacio e ho sentito qualche dito che si infilava..." "forse qualcuno in
più - aggiunsi io -a giudicare da come ti hanno lasciato......”
Questa è stata la nostra prima e unica esperienza con degli sconosciuti.
Michele e Sandra